1976-1977 L’ESPERIENZA VISIVA COME ATTIVITA' DI PENSIERO E CONOSCENZA

L’ESPERIENZA VISIVA COME ATTIVITA' DI PENSIERO E CONOSCENZA

 

INCONTRO DIBATTITO

CON ESPOSIZIONE DEI LAVORI DEI BAMBINI 

a conclusione di un’esperienza grafico-pittorica

condotta con bambini dai 6 agli 11 anni

presso la scuola elementare di Monteveglio

Anno 1976-1977

 

PARTECIPANO ALL’INCONTRO

 

Il Pittore Bruno Pinto che ha condotto tal esperienza

Le Insegnanti della scuola elementare

La dott.sa Benedetta Davalli, Psicologa (Bologna)

Il Prof. Giuseppe Ricci, Neuropsichiatra Infantile (Roma)

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Pubblicazione in SAGITTARIA, Educazione organica attraverso l'arte

rassegna di cultura del Centro Inziative Culturali di Pordenone N.76, 1978

direttore responabile Luciano Padovese

 

 

 

Il Pittore Bruno Pinto

Quest’incontro vuole essere una conversazione sull’esperienza svolta alle scuole elementari di Monteveglio, partita dall’invito rivoltomi per insegnare ai bambini delle tecniche grafiche-pittoriche utili alle loro necessità espressive.

Quali tecniche si addicono alle necessità espressive del bambino?

Cos’è l’Espressione Infantile?

Il disegno infantile è l’espressione di uno stato particolare dell’esistenza; quali sono i modi per sviluppare organicamente le potenzialità racchiuse in lui?

Parve subito evidente che non si trattava di trovare una didattica ed una pedagogia dell’arte per i bambini delle scuole elementari, ma di comprendere la funzione dell’esperienza estetica come esperienza di un particolare modo di conoscenza nell’ambito della pedagogia e della didattica generale.

L'espressione figurativa infantile è un fascio eterogeneo d’elementi espressivi, a carattere sintomatico, di una fluida situazione esistenziale. Allora il problema che si pone è quello di capire quali possono essere quei comportamenti estetici attraverso i quali il bambino debba esercitarsi per evolversi da debolezze psicologiche, carenze mentali, luoghi comuni, coazioni ed acquistare via via una coscienza realmente autonoma.

Nell’esperienza molto breve (circa 25 ore per classe) c’è parso evidente che in generale l’educazione scolastica attuale esclude e respinge l’esercizio di quelle facoltà umane proprie allo sviluppo dell’intelligenza creativa.

Si è cercato allora di indurre il bambino ad un esercizio dello spazio figurativo meno preoccupato da schematiche rappresentazioni simboliche, meno astrattamente proiettive e condizionate da luoghi comuni visivi, indurlo ad un’azione nella quale si sentisse globalmente impegnato al di fuori d’ogni astratta giustificazione.

 In questo tentativo sono emerse delle situazioni che c’è parso meritassero d’essere più attentamente osservate e definite in quanto potrebbero costituire un punto di partenza per sviluppare una recettività più profonda nel bambino ed una coscienza espressiva più autonoma ed originale nei confronti del suo consueto spazio esistenziale.

(Bruno Pinto)

 

Le Insegnanti

Attraverso l’esperienza grafico pittorica condotta nella nostra scuola con l’intervento del sig. Pinto quale specialista in materia abbiamo avuto modo di avviare questi nostri alunni ad una esperienza singolare; essa li ha condotti verso forme di espressione in cui la spontaneità e lo spirito di creazione hanno avuto la massima e la più significativa delle manifestazioni.

Attraverso il disegno fantastico, libero da schemi convenzionali e da forme soltanto imitative o rappresentative della realtà, ogni bambino ha trovato modo di esprimere il proprio mondo interiore, le gioie, le speranze, le frustrazioni.

Il disegno inteso, cioè soprattutto come atto liberatorio, ha costituito il punto focale dell’esperienza ed è proprio in questo senso che ogni persona con un minimo di sensibilità artistica intende il valore più profondo dell’attività stessa.

L’insegnante, attraverso il disegno, è psicologicamente aiutato nella conoscenza dell’alunno e quest’ultimo impara ad osservare. La lezione è stata dunque impostata su un piano psicologico particolarissimo: ognuno di noi è molto sensibile (e il fanciullo in particolar modo) al suo modo di espressione; perciò è stato necessario qui, forse più che in altre lezioni, il principio della collaborazione per cui chi insegna si fa compagno di una ricerca quanto mai divertente ed esaltante. I bambini. Infatti, si divertono moltissimo a (scarabocchiare) sta nell’accortezza più che altro psicologica del maestro e anche nella sua sensibilità artistica di trasformare lo scarabocchio in qualcosa che abbia un significato nello sviluppo morale e psichico del fanciullo.

Attraverso la ricerca di motivi e di forme che possono avere riferimenti con la realtà in disegni fantastici composti di linee e segni che sembrano completamente incomprensibili, questi bambini sono stati invitati a riflettere, a ragionare, a rendersi conto delle molteplicità delle forme di espressione mentre anche la fantasia era continuamente stimolata, con il sentimento e l’immaginazione. Sono emersi così i caratteri individuali di ciascuna delle personalità proprie dei bambini e nei casi di ragazzi che presentano problematiche particolari ciò ha favorito la conoscenza sempre più approfondita e dettagliata dei loro bisogni più intimi. I lavori di gruppo, inseriti accanto alle attività di carattere individuale hanno contribuito a rendere sempre più significative quelle forme di socializzazione che la scuola oggi promuove.

Per educazione al gusto estetico, introdotto come momento di osservazione e tentativo di analisi critica, si è avviato il discorso del saper “guardare” le opere d’arte, frutto dell’immaginazione dei geni come di quelle produzioni che i bambini stessi hanno elaborato. I confronti , le differenziazioni, le analogie, all’inizio ritenute sempre troppo difficili, sono venuti via via sempre più agevolati perché cercati insieme, studiati con analisi sempre più attente, visoni sempre più aperte.

Il discorso così avviato, denso di problematiche e sviluppi certamente interessanti, ha aperto nuove problematiche e nuovi orizzonti, degni d’essere esplorati; non trascurando, quindi, quelle che sono le esigenze di carattere organizzativo e pratico, ma anzi potenziando e arricchendo tutto ciò che concerne la parte strutturale ed anche materiale del lavoro stesso, ritengo più che utile e costruttiva la prosecuzione dell’esperienza con il coinvolgimento più diretto delle componenti genitori, operatori scolastici e naturalmente amministrativi.

(Santi, maestra di III elementare)

 

La pittura era per questi bambini solo illustrazione, rappresentazione, riproduzione, al limite immaginazione: il passaggio da queste forme a quelle non figurative, non oggettive, la sostituzione di “concreto” in “astratto” intendono affermare che ogni riproduzione o interpretazione della realtà esterna è illusoria e quindi astratta, mentre la forma creata dall’artista, indipendentemente dalla natura, è la creazione di una nuova, concreta realtà: tutto questo è tanto difficile come tutti i discorsi nuovi denso di scontri, di confronti, ma tutti costruttivi e formativi.

Il ritrovamento di cose familiari come un albero, una casa,una strada, in un groviglio di righe e stato vissuto intensamente da questi bambini i quali hanno scoperto immediatamente il movimento di questi oggetti apparentemente statici e, e con movimento il pensiero e la vita di tutto ciò che sembrava loro inerte. Il dipinto, qualche volta, veniva a risolversi in un insieme di vibrazioni generatrici di movimenti luminosi e reali agenti sull’occhio in modo analogo ad una proiezione cinematografica.

Così lo studio del contrasto dei colori, la differenziazione dei colori uguali: il rosso vivo, il rosso opaco e così via, la sensazione che da la lucentezza, la vivezza a paragone dell’opacità: i colori vivi, lucidi, si afferrano, si staccano dal foglio: i colori diventano nostri  gli oggetti, le cose, i sentimenti. Dico sentimenti perché ricordo una frase che il pittore Licini scrisse polemicamente contro i “critici da Salon” in una lettera agli amici prima di una sua personale alla Galleria del Milione: “dimostreremo che la geometria può diventare sentimento”. Ho parlato poi di traumi e , dicendo questo, mi riferivo a reazioni di alcuni miei scolari aduna apparente violenza subita a causa della deformazione di un loro lavoro con una improvvisa, e , sempre secondo loro, arbitraria correzione. Queste violenze contrastavano con il sistema educativo da loro conosciuto, ma in seguito le ragioni della intromissione del “maestro” sono state penetrate, comprese fino in fondo e direi giustificate. Questi interventi potevano considerarsi positivi in quanto distruggevano definitivamente il loro  “conformismo” anche se ne nasceva, in un certo senso, un nuovo tipo.

Al termine di queste fruttuose lezioni abbiamo potuto constatare la maggiore apertura mentale, l’approfondimento del ragionamento, la vivezza dell’osservazione, l’arricchimento della fantasia e via via fino a raggiungere un altissimo fine: quello di poter approdare ad un linguaggio universale esente da ogni tradizione “razionale”. Questo fine da solo ci può dire quanto sia attuale questo tipo di “educazione artistica” volta ad unire veramente in un unico discorso e, senza frontiere, le varie opinioni, le tradizioni, la civiltà senza discriminazione di razza e di colore.

(Caprara, maestra di  IV elementare)

 

La Psicologa 

La peculiarità di queste pagine disegnate da bambini di scuola elementare, e così puntualmente analizzate e presentate da Pinto, merita una descrizione attenta e accurata almeno per favorire la comprensione del processo sottostante.

Serve precisare subito che l’esperienza, in quanto tale è e resta unica, non solo perché crediamo non ancora ripetuta da qualsiasi, ma anche perché si discosta dai normali testi o dalle consuete considerazioni sul disegno infantile, o quale rappresentazione, o quale attività ‘libera’ ed espressiva.

Bruno Pinto nell’intraprendere l’esperienza non ha inteso allora ne tanto meno ora, applicare modulo alcuno, Anche di quelli più recenti suggeriti od esperimentati dai pedagogisti contemporanei.

E che , come la sottoscritta, che da anni conosce Pinto, ha seguito l’esperienza può affermare in tutta tranquillità dell’esistere in Bruno un desiderio psichico così profondo, nell’andare a scoprire il mondo dei colori del bambino, le sua capacità descrittiva ed articolatoria dello spazio e del tempo, quasi senza porsi la discriminate dell’età.

Si è trattato insomma di andare a ritrovare, e forse, perché no, a riscoprire quegli aspetti così vivi e vitali che il ‘’bimbo morto’ del suo articolo nascondeva o meglio ancora celava.

Questo primo aspetto ci definisce una condizione importante che altro non è se non la relazione emotiva e umana stabilita da Bruno con questi bimbi, a volte attenti, altre volte stupiti od anche intimoriti da questo ‘arcano pittorico’.

Ho scritto relazione emotiva ed umana, Poiché questo è il tratto ed il modo in cui Bruno si è accostato a bimbi in età da sei a undici anni. Il modo ‘vero’ da pittore che ha un unico problema, conoscere per scoprire delle novità che diano piacere agli occhi, alla non forma, alla possibilità di scoprire qualcosa che dentro c’è, non importa poi, se più o meno rimosso.

Ne nasce allora una relazione adulto bambino che non ha nulla di scolasticamente razionale,, ma si presenta e si sviluppa in tutta la sua ricchezza dello scoprire insieme, studiando con sforzo, le linee e i colori, poiché il tutto mescolato , è u prodotto di ciò che si sente e di ciò che si è pensato.

Non è solo un vissuto, psicoanaliticamente parlando, è un prodotto complessivo d’intelligenza e sentire, sensi fisici compresi.

Ma come si può definire con più chiarezza e precisione tutto ciò se non ‘far pittura insieme’ a dei bambini che non solo non la conoscono, ma mai l’hanno pensata e tanto meno ‘fatta’.

E Bruno questo ha compiuto, mettendo a disposizione la sua esperienza del dipingere, non come appartenente ad una scuola pittorica, ma da ‘fattore’ o protagonista del dipingere.

Sta in quest’eccezionalità: il rapporto non scolastico dentro le mura di una scuola nuova, quella di Monteveglio ed anche scuola a tempo pieno.

Sono due condizioni esterne, diciamo anche oggettive che ben poco potrebbero incidere o significare nei singoli disegni dei bambini, ma crediamo che esse abbiano avuto ugualmente la loro rilevanza nel favorire e contrastare insieme, in ogni modo nel far vivere per qualche mese quest’anomala esperienza.

L’ho definita anomala esperienza, poiché mi sembra che l’averla discussa con bambini e genitori di Monteveglio non sia stato sufficiente a farla conoscere a chi ne può essere interessato. Infatti, soltanto se altre si approprieranno di quest’esperienza, usandola come punto di riferimento, sempre meno sarà anomala e sempre più fonte per conoscere le attività grafico pittoriche dei ‘piccoli’.

Io credo, infatti, che in simili casi un testo posa trasformarsi in un veicolo di comunicazione e soprattutto che esso possa operare una funzione: diffondere intelligentemente l’attività di tal genere favorendo concretamente lo sviluppo della creatività, non solo infantile.

Guardando i disegni che man mano erano prodotti ho sempre avuto la chiarezza che le categorie o meglio le modalità della psicologia consueta non fossero utilizzabili in alcun modo, sia per le forme troppo ‘astratte’ si direbbe, sia per la plasticità dei disegni, anche quando Bruno li definisce nei suoi commenti rigidi o compressi, ed anche per la peculiarità del modo di colorare.

Nonostante osservando i disegni si ravvisa l’impronta di Pinto, occorre precisare che solo questo c’è, e che è allora se non la presenza di un adulto che sa far pittura, e in pratica un’impronta di qualcuno che ha avuto una funzione da Maestro.

Già ho scritto che le modalità psicologiche tradizionali non mi sembrano d’aiuto a comprender questi disegni così semplici per il loro materiale (carta e colori), ma così ricchi e complessi nella loro espressione.

Sembra infatti che lo spazio sia usato dai bambini in funzione molto ‘diversa’ da quello che la scuola fa, o qualsiasi persona con funzione pedagogica farebbe, non è cioè utilizzato per organizzare, ma o per muovere o per provare a smuovere ciò che da tempo è depositato in noi, nei bambini, nei loro occhi, persino nei loro pensieri. Non c’è nulla da organizzare (dice Pinto, non si fanno oggetti concreti, ma serve concentrarsi (questa è la grande richiesta fatta ai bambini-scolari e pedagogicamente ben produttiva) e sentire non solo ciò che si prova, ma anche intuire come si potrebbe rappresentare, ‘vedendo’ quello che ci si immagina.

Ovviamente questa non è l’immaginazione del cartone animato, n’è la fantasia, bensì è solo e soltanto un atto complesso ma circoscritto internamente ad una persona, atto complesso che con pensiero, movimento, carta e colori prende forma o si trasforma in qualcosa di comunicabile a chi ti sta accanto.

E’ evidente che non è possibile realizzare tale condizione nel bambino se non gli s’insegna anche, in altre parole se non gli si forniscono gli strumenti e le condizioni perché poi lui stesso possa dare o fare prima di tutto “qualcosa” di "suo”. Questo mi è sembrato di intendere sia stato lo sforzo di Bruno nei mesi impegnati in questo lavoro.

Poiché non c’è risposta già nota o condizione già esperimentata a tal punto, e i bambini ponevano a Pinto problemi veri, che lui stesso si era posti. Forse anche a noi potrebbe accadere qualcosa di simile, qualora vivessimo le condizioni descritte, o comunque sicuramente chi si occupa dell’argomento ben sentirebbe di che dire o conversare in proposito.

Ma i bambini di Monteveglio hanno conosciuto nel fare pittura uno spazio a loro prima ignoto, hanno colorato oggetti, forme e forse anche pensieri e sensazioni con i ‘loro’ colori, vale a dire da loro ‘riconosciuti'.

Così, infatti, procede una sorta di lavoro mentale ad occhi chiusi, a volte, ad occhi aperti altre, per ricostruire ed esprimere ciò che c’era dentro e fuori non c’è più o viceversa, fuori c’era da tanto tempo, ma non si sapeva vedere tanto da credere che quasi non esistesse.

Ecco perché non si possono guardare questi disegni con modalità psicologiche, siano esse del Piaget o del Corman o di chi altri ancora, poiché si è operata una fusione fra il di ‘dentro’ e il ‘fuori’ con il lavoro ‘dell’uomo e dei bambini’.

Che dire allora se non esprimere il desiderio che l’approccio psicoanalitico possa trasformarsi in una occasione di ‘riguardare’ anche questi disegni; ed ora esprimo tutto i piacere nel vedere queste immagini che comunicano viaggi, sentimenti, sguardi ed osservazioni di bambini vivi, vivaci, pensierosi e intelligenti ma soprattutto di bambini qualsiasi appunto, figli di gente qualsiasi, quasi come in una favola qualsiasi di quel grande qualsiasi di Gianni Rodari.

 

(Benedetta Davalli)