Riflessioni, 1970 - 1973

"[...] Cominciavo a distinguere i vari tipi di conoscenza poetica: vi sono pittori che non esprimono la realtà, la fondano; non la rappresentano, la mostrano, la rivelano nella sua piena attualità; voglio dire che non ci danno un’immagine riflessa della realtà quale eco del loro individuale modo di pensarla e psicologicamente animarla, non esprimono la loro partecipazione in un’immagine sublimata che fa solo da schermo alla realtà. Questi pittori vivono la pittura come il manifestarsi della realtà, nella pittura devono penetrare, penetrando nel contempo nella vita del mondo; si lasciano accogliere dalla realtà; per loro la materia pittorica non è un semplice strumento che dà la possibilità di costruire fantastiche immagini da proiettare sulle cose, non è il mezzo per costruire artificiosamente delle aggregazioni psicologiche nelle quali l’Io identificandovisi si aliena, è la materia vivente del loro Io e di quella del mondo.
Per questi artisti la pittura è il corpo del mondo che devono fecondare.
Giotto, gli uomini che dipinsero sulle pareti delle grotte preistoriche, Rembrandt, Velazquez, Courbet, Michelangelo, Cézanne… Masaccio, Monet, tutti questi e altri in modo diverso non hanno fatto un discorso sulla realtà, né ci hanno espresso quelle abbaglianti suggestioni che sorgono nell’animo di un Io separato dalla vita del mondo; non ci fanno un discorso ma rivelano un silenzio entro il quale la realtà vive; non ci vogliono convincere né avvincere, semplicemente presentano la vita nel suo farsi, la rivelano nel suo essere attuale, la rendono presente oltre i limiti della loro persona. C’è invece un’arte che è espressione di una individualità che non ricerca la realtà, un’arte che ci mostra le apparenze, i vari aspetti della realtà; questa arte è l’espressione del perdersi dell’animo umano in affascinanti rispecchiamenti di immagini; gli artisti di questo tipo lottano sempre per possedere la vita e la perdono continuamente.
La loro arte può anche essere l’espressione di un tentativo generoso di comprendere la verità, ma questa sfugge loro continuamente: Caravaggio, El Greco, van Gogh… Picasso, Pollock, Mondrian. C’è poi un’arte estetica, di “stile”. Qui l’arte può raggiungere sottilissime forme di incantesimo. Un aspetto della realtà assorbe interamente lo spirito dell’artista così questi ne rimane magicamente attratto e incantato; egli allora è succubedi una fascinosa magia: è stregato e perde ogni volontà umana: Paolo Uccello, Vermeer… Corot, Matisse, Poussin.
Un altro tipo d’artista è quello che, rinunciando immediatamente alla lotta per la comprensione della realtà, fa commercio delle ossessioni che tale rinuncia fa sorgere in lui; gioca con queste allucinazioni manipolandole culturalmente. Questo artista coltiva menzogne; smercia abilmente le sue impotenze per virtù; è l’artista per il quale l’arte non ha mai relazioni con la realtà umana vivente, ma è solo gioco linguistico privo di parole: inventa e costruisce forme che sono più o meno abili quanto sterili marchingegni animati dai suoi conati di morte.

C’è dunque una razza di pittori che vive la pittura come una realtà che sostanzia la natura umana. [...] Ci sono pittori che dipingono per far dei quadri “belli” o “brutti” secondo questo o quel progetto, poco conta, e contano poco. Essi possono anche inventare delle immagini di grande effetto esprimendo alcuni aspetti della psiche, e delle apparenze del mondo, ma non afferrano mai lo spirito della realtà, rimangono prigionieri delle loro invenzioni, sono costruttori di tombe; perché l’anima della pittura non è nei suoi valori plastici, né nelle possibilità espressive della sua materia linguistica; queste non sono che accidenti; i più grandi artisti tendono alla comprensione di una sostanza, che avvertono oltre ogni immagine.

I valori della pittura non sono nelle sue possibilità espressive, come l’essenza dell’uomo non la si trova nella sua esistenza meramente psichica.
Dalle pitture preistoriche ai nostri giorni, l’uomo, attraverso le forme dell’arte, ha sempre, consapevolmente o no, cercato se stesso; ma la pittura non è un ente mitico, una presenza fuori del tempo storico, corpo situato in uno spazio astrattamente metafisico; la sua essenza la si comprende
nell’atto stesso del dipingere, è una realtà che l’uomo crea.

La tentazione di far dei quadri è il peccato originale del pittore; lo si supera dipingendo.

Certamente la suggestione estetica è forte, ma il desiderio del nostro essere di superare ogni sua contingente determinazione è più forte: ogniqualvolta la volontà di possedere la vita ci sospinge nel tentativo di racchiuderla in forme determinate, questa stessa volontà di possesso assoluto, avvertendo il limite, ci sospinge al superamento. [...]
Noi proiettiamo inevitabilmente la nostra volontà sulle cose, per il bene o per il male; la proiezione è l’unico modo per incamminarsi verso le cose. Nella proiezione cerchiamo di trasferire sulle cose tutte le forze, impegniamo tutte le potenze dell’animo cercando così di realizzare la più profonda volontà del nostro essere: unirsi totalmente alle cose, l’amplesso.
Comunemente la proiezione è una reazione psicologica, un automatismo, espressione della vita vegetativa dell’animo; un’eco confusa, indifferenziata, del nostro psichismo, è priva d’intenzionalità, un prodotto di passive abitudini emotive e mentali: la proiezione non è altro, in questo caso, che un fantasma che alimenta nel nostro animo l’ansia e la disperazione, espressione questa dell’assenza di un veritiero rapporto tra il nostro Io e il mondo, rinnovando costantemente la nostra irrealtà.
Ma nella proiezione attiva tutte le nostre forze vitali sono coinvolte come in un’immensa cascata il cui principio è il caos esistenziale e il fine quelle figure differenziate che sono nel contempo un compimento del nostro Io umano e del mondo; è una relazione creativa che raccoglie in sé il soggetto e l’oggetto della proiezione: li comprende in un rapporto in cui si trovano uniti e distinti in un ritmo che li trasforma, li accresce emancipandoli in più libere e superiori forme di esistenza. Le confuse forze proiettate, trasformandosi in ritmo, realizzano il compimento erotico. Di fatto il soggetto e l’oggetto nella coscienza naturalisticamente sperimentata sono sentiti come contraddittori, opposti, o promiscuamente confusi. Così, noi, pur desiderando realizzare un vero amplesso, in realtà nel proiettare le nostre fantasie inventiamo l’irrealtà.

Esorcizzare quelle fantasie è il primo, reale, momento di verità da realizzare nel lavoro.

Nel momento in cui, nel lavoro pittorico, i contenuti psicologicamente regressivi rimossi con i quali inconsciamente ci identifichiamo, cominciano a oggettivarsi nella nostra coscienza, allora un nuovo stato d’essere compare e noi scopriamo una nuova dimensione del nostro animo e della nostra carne, una nuova vita del sentimento e un nuovo atteggiamento mentale si fanno strada, tutt’altri da quelli ingenuamente vitalistici, amorfi e automatici che comunemente patiamo: il negativo si volta in positivo con un atto che è l’espressione immediata di questa rivoluzione, conversione del nostro spirito.
L’Io viene liberato dalle identificazioni coatte, [...]. La sperimentale certezza che questa possibilità è l’unica vera da realizzare, sperimentalmente, mi costrinse ad abbandonare tutti gli inutili patetici pianti del coccodrillo, le evasive e consolatorie fughe nei mondi di oniriche trascendenze; questa certezza fu un’evidenza della quale non mi potei più liberare: ogni tentativo di evaderla mi procurò solo più profondi confusioni, ansie e turbamenti, costringendomi così con più violenza e determinazione a praticare la pittura per trovare il giusto senso di praticarla."

(Monteveglio, 1970-73)

 

Bruno Pinto, Per uscire dalla Valle. Critica di me stesso, a cura di Omar Calabrese, La Casa Usher, Ponte alle Grazie Editori, Firenze 1992, pp.67-76

Buno Pinto, in Cat.  Di fronte e attraverso, Mazzotta, Milano 2005