Giancarlo Gaeta, 2004

"Ci sono vicende umane che pur svolgendosi necessariamente nel tempo, non aderiscono al suo procedere incalzante, non arrivano ad iscrivere nel suo arco le tappe del loro evolvere verso la meta. Si direbbe piuttosto che a ogni punto il vettore interiore di tali esistenze tenda a deviare dalla linea retta.[…] La natura di questo arresto non è definibile in una formula, ma si può dire che in generale esso consegue ad un accadimento che non può essere compreso con un semplice atto dell’intelletto. Così è credo per la vicenda umana e artistica di Bruno Pinto. […] 
Il fatto è che il gesto artistico di Pinto indica una direzione difficilmente compatibile con i presupposti dello sperimentalismo dell’ultimo secolo.
La sua pittura ha piuttosto un tratto arcaico, estraneo a ogni psicologismo o lirismo o concettualismo. Ciò che si manifesta nelle sue opere è l’espressione di un atto contemplativo in cui l’alterità di soggetto e oggetto tende a risolversi in una relazione conoscitiva, ovvero nel riconoscimento che l’altro, l’oggetto esiste realmente, non come pura apparenza di forme manipolabili, ma come esistente che interpella il soggetto costringendolo a prendere coscienza delle natura delle sue volizioni. Dunque un esercizio ascetico mediante il quale gli artefici della mente e le reazioni impulsive della volontà sono arrestate e ridotti al silenzio. […]"

 

Giancarlo Gaeta, "Bruno Pinto", I Martedì n.1- (Bologna 2004), p. 3