Jean Soldini, 2012

"[...]Pittura, non rappresentazione o trasfigurazione. Neppure superficie autoreferenziale, bensì divenire materia, forma, colore dell'essere-con.

[...] Dipinge una terra senza più terrore. Non un mondo astrattamente pacificato, perchè egli passa dalla catastrofe, dal capovolgimento di uno spazio percorso a piedi e, contemporaneamente, sorvolato senza tentare di dominarlo, soprattutto senza cercare un orizzonte. Vi è la costra terrestre e il rovescio di quella crosta è il cielo. Quella crosta è il cielo. Lo si vede chiaramente nei bianchi: sono intonaco, neve, nebbia, nuvole, foschia.                                                                                                                                                                                                                       Davanti ai quadri di Pinto si prova un senso di felicità, di libertà effettivamente conquistata in cui la costrizione, il vincolo non sono annullati, non concedono nulla alla piacevolezza della materia o del segno, in un lavoro ricco per forme, colori, varietà di densità della superficie pittorica che si fa vastità, paesaggio inspirazione ed espirazione delle cose-con-le-cose, della libertà-con-il-limite, ricerca dell'attrito tra limite e limite, dell'esere schiena contro schiena delle cose, del loro essere pelle contro pelle, del loro sfiorarsi e premersi le une contro le altre facendo essere questo attrito nel corpo che è l'opera. Appare qui il ruolo centrale della linea. Inizialmente, si notano subito i campi materici. Poi ci si acccorge che vi è sempre una linea che delimita le diverse superfici. [...] E' anzitutto punto di contatto tra l'una e l'altra, punto di raccolta dell'una e dell'altra, punto di giunzione. [...]"

Jean Soldini, A Testa in giù, per un'ontologia della vita in comune, prefazione di Renè Schérer, Mimesis n. 195, Milano-Udine 2012, cit., p. 36

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