Andrea Emiliani, 1990

"[…] In una età nella quale impegnarsi direttamente sull’opera sembra proprio difficile, e si continua a non guardare in faccia la persona con cui si parla, deve però risorgere un modello di interpretazione che, come una sonda ermeneutica, possa consentirci di frugare nella superficie del quadro. Le grandi ideologie sono crollate, i loro riflessi sulla autonomia dell’arte si sono spenti del tutto, la voce della poesia può forse tornare a recitare senza sentirsi insultare di 'formalismo'.
Credo che questo sia un momento molto alto per ogni genere di poesia, per una grande pedagogia umanistica che possa insegnare alla civiltà del benessere qual è la grande strada da seguire. Sempre quella, probabilmente, come il mondo della povertà ci aveva faticosamente insegnato, in secoli e secoli di tramandi, di generazioni e anche di costumanze intellettuali.
Perché queste riflessioni davanti all’opera di Bruno Pinto?
[…] Vorrei ora riflettere sulla problematica della materia e come tentai di fare e sembra Pinto abbia fatto. […] E senza dimenticare che una linea molto complessa, ma alla fine prevalente, la quale saliva verso i nostri anni dalle origine della civiltà moderna, recava dentro di sé, se non la riconoscibilità, certo la spazialità, la libertà totale del paesaggio. […] Il paesaggio aveva sostituito di colpo il vecchio, millenario macrocosmo dei simbolo e delle metafore, dei concetti e delle nozioni liturgiche: il paesaggio moderno, dove il nuovo rapporto fra uomo e natura doveva impostarsi come lezione di libertà, di armonia, di pacificazione. […]
In fondo, buona parte della disintegrazione della forma centrale che il nostro secolo ha tentato di attuare, si ricompone ostinatamente nella verità delle varie forme spaziali. Per questo ho parlato di un costante, coerente sentimento dello spazio nell’opera di questo artista, quasi che dall’alto del cannocchiale prospettico sia ancora possibile - variando il fuoco - tornare ad ottenere la realtà figurativa: e con lei, prima e più in alto ancora di lei, quella pacificazione del difficile rapporto che ancora oggi e più che mai l’uomo intrattiene con la natura e le cose.
Scomposizione della forma centrale significa, come nelle prime pagine dell’educazione infantile di Serenus Zeitblom, nel Doctor Faustus di Thomas Mann.
La sabbia, una goccia, l’eliotropia, i cristalli del ghiaccio: '… sono modelli o sono imitazioni delle forme vegetali ?'. La risposte era logica e insieme fantastica, e serve anche a noi per guardare insieme l’opera di Pinto: 'Né l’uno ne l’altro, avrà risposto a se stesso; sono formazioni parallele. La natura creatrice e sognante fa qui e là il medesimo sogno e, se è lecito parlare di imitazione, questa non può esser che vicendevole'."

 

Andrea Emiliani, in Cat. Bruno Pinto. Luoghi Controversi del cuore, a cura di Silvia Evangelisti, con scritti di Bruno Bandini, Andrea Emiliani, Silvia Evangelisti, Flaminio Gualdoni, Luciano Nanni, Bruno Pinto. Nuova Alfa Editoriale, Bologna 1990, cit., p. 7

Andrea Emiliani, in Cat.  Pinto, a cura di Silvia Evangelisti, con il contributo di Andrea Emiliani, Silvia Evangelisti, Flaminio Gualdoni, Luciano Nanni, Bruno Pinto. Nuova Alfa Editoriale, Bologna, dicembre 1991, cit., p. 7




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