Giuseppe Dossetti, 1987

"[…] Della tua arte intuivo il carattere solitario e la libertà da ogni compromesso.
Dei primi anni tuoi a Monteveglio ricordo soprattutto di avere percepito il tuo ardore intimo, tormentato e tormentante, forse confuso ma comunque sempre senza artificio o ostentazione; mi faceva pensare ad una frase di Isaia, nel latino della Vulgata: 'Spiritus vester, ut ignis vorabit vos'.
Mi rattristavo molto perché pur assistendo con molta partecipazione e grande affetto, mi sentivo impotente: non sapevo da che parte cominciare, non dico per spegnere quest’incendio (non era certo mia intenzione farlo) ma per coglierne il senso e dare una qualche minima indicazione che servisse a utilizzare questo cumulo di energie e questo rogo. Certo è che comunque un effetto lo aveva su di me: quando accostavo questo rogo mi pareva che potesse contribuire a bruciare quel molto di paglia che era in me e nelle cose che cercavo di mettere insieme.
Ti ripeto che ho sempre tratto grande vantaggio dai nostri dialoghi, e quanto più mi parevano senza esito, tanto maggiormente mi costringevano a un ripensamento di molti miei atti e atteggiamenti e soprattutto mi inducevano a sottoporre a revisione la purezza della mia fede e delle sue espressioni religiose.
Questo, se mi permetti vorrei dirti, almeno come ipotesi: la pittura a un certo punto per essere veramente arte e potere 'mantenere vivo, presente nella nostra coscienza terrena il senso ultimo, il compimento di una immagine piena dell’uomo' (comunque poi la si intenda), non ha essa stessa bisogno di ancorarsi a qualche sussistenza ontologica?
Lo so. Tu hai molta paura, e ragione perché ne vedi tanti di casi, delle possibilità degli autoinganni e delle mistificazioni, degli slanci semplicistici o convenzionali del desiderio psicologico. Ma secondo me non può essere tutto solo psicologia.
Ci deve pure essere il modo di uscire dal 'psicologico' e andare a fondo nelle cose del nostro spirito.
Tu stesso lo ammetti quando poche settimane fa mi scrivevi 'della possibilità di un reale movimento ispirato nel cuore fatto semplice nel dolore reale e consapevole'. E così ho guardato le ultime pagine che mi hai mandato e in cui si parla di una infinità contenuta ed espressa nel quotidiano, riconosciuto e accettato per tale, non vissuto con una coscienza alienata.
Il dolore reale accettato con sottomissione consapevole, e la dura pazienza consapevolmente voluta e applicata alla uniformità del quotidiano spezzano, a mio parere, il cerchio magico della psicologia, nella quale tante volte sono possibili tutte le illusioni e tutte le confusioni e producono, come può produrre la preghiera autentica
(forse perché esse stesse sono preghiere), quella limpidità del cuore e della mente in cui, credo, anche l’arte può trovare se stessa e le proprie forme più pure. - Monte Sole 25/08/1987-"

 

Giuseppe Dossetti, in Cat. Bruno Pinto. Opere dal 1953 al 1987, a cura di Claudio Cerritelli, premessa di Filippo Sassoli dè Bianchi, con scritti di Enrico Cesare Gori, Concetto Pozzati, Luciano Nanni, Bruno Bandini, Vezio Ruggeri, Giuseppe Dossetti, Bruno Pinto. Nuova Alfa Editoriale, 1987 cit., p. 54

Epistolario in Per uscire dalla Valle. Critica di me stesso, a cura di Omar Calabrese, La Casa Usher, Edizione Ponte alle Grazie Editori, Firenze, 1992




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