Patrizia Vicinelli, 1987

"[…] Da trenta, trentacinque anni, Pinto lavora, compiendo costantemente una rivisitazione di tutta la grande pittura del passato e trasformando, nei suoi quadri, tutto ciò che è riuscito a comprendere a livello profondo (dell’essenza). […] E’ la mano di un artista che parla di sé nei confronti del mondo, attraverso la sua umana esperienza e, come sempre, è della sua sofferenza, della sua solitudine, della sua capacità di meditare sull’arte (e si potrebbe dire: è della sua disponibilità ad amare e a percorrere i sentieri dell’altrui pensiero) che scaturisce la potenza creativa.
La sua scelta è quella del silenzio; si tiene lontano dall’artistica mondanità; affronta con forza i violenti rapporti col mondo e predilige il futuro che nasce dal rigore nella ricerca autentica. Sempre è cosi per chi esige la verità e non vi è dubbio che in questa dimensione venga esaltata supremamente la fede nell’uomo che interagisce col cosmo. […]
Per lui la pittura è l’unico modo di trovare delle relazioni con gli altri e solo nell‘isolamento si arriva a comprendere (egli arriva a comprendere) quali possono essere state le condizioni reali dell’operare di molti grandi artisti. In questo distacco dalla modernità è possibile ritrovare man mano tutti i tracciati che restano impressi indelebilmente nelle opere che fondano il Mondo.
Questo lavoro di riflessione porta, così, lontano da quel mostro opaco degli artisti, quel mostro sempre in agguato che si chiama 'follia'. […] Quando si entra in quella grande porta della follia in cui le facoltà del volere, del pensare, del sentire, entrano in collisione, è anche possibile non ritrovare la dimensione del silenzio, ma restare invischiati in serie successive e interminabili di regressioni, senza mai raggiungere la meta, quella della pacificazione tra se e il mondo.
Solo nell’abisso di livelli ancora, per così dire, più abissali, negli archetipi o nella spiritualità delle antiche culture e tradizioni, l’artista scava all’indietro la sua vetta ontologica, modellando quella integrazione che permette nella trasparenza del silenzio alle cose stesse di rivelarsi, quindi di essere percepite nella loro naturalezza, nel loro essere come sono. […]
Con la strategia degli opposti e nella formulazione dell’esperienza alla base di ogni conoscenza, Pinto pensa di squarciare ogni mistificazione e di rendere attuale ogni sua intuizione.
Quando il velo dell’evasività diviene strato, non resta che andare in pezzi o violare ancora una volta l’enigmatica forma che riproduce, magari in pittura, le cose e la loro 'voluta' verità."

 

Patrizia Vicinelli, Una diversità eccellente, Parol Quaderni d’Arte 3, Bologna marzo 1987




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